05 marzo 2007
Non abbiamo tempo!
Inchiodati alla loro comoda poltroncina da dipendente statale, oppure costretti a districarsi fra un contratto a termine e l’altro, i lavoratori italiani sono d’accordo su una cosa: non hanno abbastanza tempo. Secondo l’Istat, uno su due baratterebbe addirittura una parte della sua busta paga pur di assicurarsi più tempo libero da dedicare ogni settimana alla famiglia, allo sport, al corso di cucina o all’ozio creativo. Al contrario, gli indici di produttività del nostro paese, se confrontati con il colosso americano- ma anche con Cina e Giappone -sono impietosi: in Italia lavoriamo troppo poco. Secondo un recente studio dell’economista Pietro Garibaldi, un dipendente americano lavora mediamente 1724 ore, mentre l’italiano medio solo 1619. Il gap tra Stati Uniti ed Europa è ancora più evidente, se consideriamo che i francesi e i tedeschi si fermano a 1450 ore lavorative annue. Per questo motivo la maggioranza degli americani pensa che gli europei godano di maggior tempo libero, una maggiore qualità della vita e un minor tasso di obesità. Insomma, contrariamente alle nostre impressioni, gli aridi numeri dell’economia dicono che dovremmo lavorare ancor di più (e che Francia e Germania sono piene di fannulloni).
In realtà i dati medi vanno presi con cautela, perché rappresentano mercati del lavoro caratterizzati da strutture profondamente diverse. In Italia, ad esempio, dominano le piccole-medie imprese, vi è un numero molto elevato di lavoratori autonomi (abituati a lavorare di più) e un numero relativamente basso di donne impiegate. Negli Stati Uniti, invece, una ricerca di mercato dell’IDC prevede che nel 2009 più del 70% della forza lavoro americana sarà mobile, ovvero passerà più del 20% delle ore lavorative lontano dal proprio ufficio: un esercito di businessman con palmare e auricolare, sempre pronti a viaggiare da un aeroporto all’altro.
Piuttosto che ragionare sui massimi sistemi, gli italiani vorrebbero innanzitutto impiegare meno per arrivare da casa al posto di lavoro: migliorare il trasporto pubblico e le nostre autostrade a singhiozzo potrebbe essere un primo passo per risparmiare tempo. Se oltre alle canoniche otto ore giornaliere bisogna aggiungere sempre 1 o 2 ore in più- tra ritardi, attese snervanti, treni stracolmi e tram guasti -il tempo libero scarseggia. Se poi ci sono i figli da prendere, la casa da pulire e la cena da preparare, il time-budget è praticamente azzerato. L’amara verità è che i pendolari delle grandi città arrivano a malapena in orario se prendono il treno prima: un’inchiesta di Altroconsumo ha evidenziato che nel 2005, su 706 linee di Trenitalia monitorate, l’84% dei treni è arrivato in ritardo e il 30% è arrivato mezz’ora dopo l’orario stabilito. Dopo le soste infinite, i vagoni strapieni, l’igiene pessima e le soste inspiegabili, il pendolare è costretto anche a giustificarsi con il datore di lavoro e recuperare il tempo perduto. A Milano, dove la città fa 1milione e 300mila abitanti, un altro milione di persone ogni mattina arriva dall’hinterland per lavorare. La maggior parte abita nei comuni limitrofi e prenderebbe volentieri il trasporto pubblico, se fosse efficiente. Invece i lombardi devono fare i conti con il calvario di Trenitalia e delle Ferrovie Nord, holding ferroviaria lombarda che si distingue per guasti e treni del dopoguerra. Tanto vale usare la propria auto, incolonnarsi con pazienza sulle tangenziali e inquinare inevitabilmente aria e polmoni.
Una buona soluzione per risparmiare tempo prezioso sarebbe il telelavoro, ovvero la trasformazione della propria casa in un ufficio: il più delle volte basta una postazione internet e un telefono, senza l’obbligo di una presenza quotidiana in azienda. Il problema è convincere le aziende italiane che si può lavorare lo stesso senza la pausa caffè, le chiacchiere con i colleghi e il cartellino timbrato.
In realtà i dati medi vanno presi con cautela, perché rappresentano mercati del lavoro caratterizzati da strutture profondamente diverse. In Italia, ad esempio, dominano le piccole-medie imprese, vi è un numero molto elevato di lavoratori autonomi (abituati a lavorare di più) e un numero relativamente basso di donne impiegate. Negli Stati Uniti, invece, una ricerca di mercato dell’IDC prevede che nel 2009 più del 70% della forza lavoro americana sarà mobile, ovvero passerà più del 20% delle ore lavorative lontano dal proprio ufficio: un esercito di businessman con palmare e auricolare, sempre pronti a viaggiare da un aeroporto all’altro.
Piuttosto che ragionare sui massimi sistemi, gli italiani vorrebbero innanzitutto impiegare meno per arrivare da casa al posto di lavoro: migliorare il trasporto pubblico e le nostre autostrade a singhiozzo potrebbe essere un primo passo per risparmiare tempo. Se oltre alle canoniche otto ore giornaliere bisogna aggiungere sempre 1 o 2 ore in più- tra ritardi, attese snervanti, treni stracolmi e tram guasti -il tempo libero scarseggia. Se poi ci sono i figli da prendere, la casa da pulire e la cena da preparare, il time-budget è praticamente azzerato. L’amara verità è che i pendolari delle grandi città arrivano a malapena in orario se prendono il treno prima: un’inchiesta di Altroconsumo ha evidenziato che nel 2005, su 706 linee di Trenitalia monitorate, l’84% dei treni è arrivato in ritardo e il 30% è arrivato mezz’ora dopo l’orario stabilito. Dopo le soste infinite, i vagoni strapieni, l’igiene pessima e le soste inspiegabili, il pendolare è costretto anche a giustificarsi con il datore di lavoro e recuperare il tempo perduto. A Milano, dove la città fa 1milione e 300mila abitanti, un altro milione di persone ogni mattina arriva dall’hinterland per lavorare. La maggior parte abita nei comuni limitrofi e prenderebbe volentieri il trasporto pubblico, se fosse efficiente. Invece i lombardi devono fare i conti con il calvario di Trenitalia e delle Ferrovie Nord, holding ferroviaria lombarda che si distingue per guasti e treni del dopoguerra. Tanto vale usare la propria auto, incolonnarsi con pazienza sulle tangenziali e inquinare inevitabilmente aria e polmoni.
Una buona soluzione per risparmiare tempo prezioso sarebbe il telelavoro, ovvero la trasformazione della propria casa in un ufficio: il più delle volte basta una postazione internet e un telefono, senza l’obbligo di una presenza quotidiana in azienda. Il problema è convincere le aziende italiane che si può lavorare lo stesso senza la pausa caffè, le chiacchiere con i colleghi e il cartellino timbrato.
m.c.
(per PilBox -Marzo)