06 luglio 2006
Non ci credo
di Massimo Gramellini
Sarà difficile dimenticare la corsa del terzino Fabio Grosso dopo il gol della vita, con l'indice a tergicristallo e la testa che sbatte, mentre le labbra ripetono «non ci credo» come in una litania. L'Urlo di Tardelli era lo sfogo del supereroe che, al culmine dell'impresa, libera finalmente la tensione. Ma il Non-ci-credo di Grosso è qualcosa di più: l'emozione di un individuo normale che diventa subito patrimonio di tutti. Per questo ci ha preso al cuore. Perché siamo addestrati a una vita di medio profilo, refrattaria agli sbalzi emotivi. Il dolore è un dramma cupo, la felicità un peccato, o comunque un insulto agli dei. Sotto la linea della medietà quotidiana si staglia la morte, di cui abbiamo paura. Sopra il paradiso, che pensiamo di non meritarci, almeno per ora. Appena la realtà ci porta al di qua o al di là della linea, la nostra reazione è la stessa di Grosso: «Non ci credo». Ho 29 anni, mica pochi per un calciatore, è la prima estate che trascorro in mondovisione e ho appena eliminato la Germania in casa sua con un sinistro a rientrare: è troppo, è il biglietto della lotteria, è il colpo d'ala che cambia per sempre i connotati di un'esistenza. Non è mai da ingrati rispondere «non ci credo» alla felicità. L'importante è gridarlo dopo aver segnato e non prima. Altrimenti non sei più Grosso, ma Charlie Brown, che mentre la palla da baseball sta per finirgli dentro il guantone, si domanda: «Se riesco a prenderla, cosa dirò alla bambina che mi piace?». E la palla gli sfugge via.